dere lo stupore di vedermi chiamato a manifestare il mio parere intorno alla moralità di un lavoro di alta poesia, non destinato, appunto per la sua elevata concezione, per la sua impetuosa ed esuberante ricchezza di immagini e di vocaboli, a quella maggioranza di lettori che chiedono al libro, più che altro, uno svago, una diversione alle molteplici noie della vita o al loro invidiabile sfaccendamento.
Avrei amato meglio di sapere che l'incriminante Procuratore del Re si fosse ricordato di S. Girolamo--il richiamo non può offenderlo--che mentre era occupato a tradurre la Bibbia, teneva sotto il capezzale le commedie di Aristofane, niente scandalizzato dalle grasse arditezze del grande ateniese: e non intendo adulare bassamente il Marinetti, ricordando Aristofane a proposito del suo Mafarka il futurista. Voglio far osservare semplicemente che l'Italia ha, in questo momento, un Procuratore del Re più intransigente del Santo traduttore della Bibbia.